Autore: Sonia Ambroset
Edizione: Sensibili alle foglie
Anno: 2020
Pagine: 128
Prezzo: 14 euro
Codice ISBN: ISBN 978-88-32043-40-2

Questo è un libro che nasce dall’annoso problema della contenzione fisica dei malati agitati, ma è anche un testo che, partendo da lì, si allarga a considerazioni molto più generali sul piano dei valori esistenziali, delle pratiche sanitarie e delle relazioni di cura.

Ad esempio, la contenzione viene rappresentata anche come un lampante esempio della distanza di vissuti e percezioni che esiste fra i sani e i malati. Questo importante concetto è molto ben esplicitato dall’autrice che in modo molto sintetico e consapevole ci dice: “sotto sotto la distanza tra il malato e il mondo dei sani fa sì che non riusciamo proprio a vederci al posto suo”. Questa è una delle chiavi interpretative del fenomeno “contenzione” che l’autrice offre al mondo delle cure palliative: non si può praticare una professione sanitaria, men che meno nel settore della terminalità, se non ci si mette “consapevolmente” nei panni del sofferente, sia esso malato o familiare.

La forza motrice dello scritto di Sonia Ambroset è data dalla scelta etica (definita un “consegna etica” idealmente lasciata dalla zia Lia che fu sottoposta a contenzione fisica negli ultimi giorni della sua vita) di denunciare un tema da sempre tenuto in sordina nella pratica sanitaria e scotomizzato nella letteratura scientifica e quasi ignorato nella formazione professionale: la contenzione fisica dei malati affetti da agitazione psicomotoria.

Uno degli aspetti più significativi e pregevoli del libro è la possibilità di apprezzare alcuni tratti delle concezioni esistenziali dell’autrice che appaiono qua e là come sincere rivelazioni offerte al lettore per meglio comprendere la scelta di scendere in campo contro la contenzione fisica e a favore di quella farmacologica. Ma le capacità introspettive di Sonia Ambroset permettono di accedere anche a riflessioni più profonde che collegano la pratica contenitiva con molte delle reazioni individuali e collettive messe in luce dalla pandemia COVID-19. L’idea di fondo è che il vero nucleo problematico che accumuna la contenzione fisica e tanti vissuti generati o esasperati dalla pandemia sia il sofferto rapporto che l’essere umano ha con l’ignoto, l’incertezza, la vulnerabilità e la morte. Questa riflessione sulla difficoltà umana a tollerare il poco potere che abbiamo sulle cose e sul loro divenire è probabilmente un seme da piantare nella parte più fertile della nostra mente.

Luciano Orsi (orsiluciano@gmail.com)

 

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