Autore: Matteo B. Bianchi
Edizione: Mondadori
Anno: 2023
Pagine: 252
Prezzo: 18,50 euro
Codice ISBN: 9788804761532

Matteo B. Bianchi ha scritto diversi libri prima di questo, oltre a programmi per la radio e la TV; è il direttore editoriale di Accento Edizioni e conduce il podcast letterario “Copertina” per Storielibere.fm; come dire che per lui la scrittura è pane e la lettura una salvezza. Eppure, sono serviti quasi 25 anni per scrivere questa storia, che lo vede protagonista di una drammatica vicenda: il suicidio del compagno nella loro ex casa coniugale, poche settimane dopo essersi lasciati dopo 7 anni di convivenza.

Perché ha impiegato così tanto tempo? Non c’è una risposta e ce ne sono moltissime, come risponde lui. Non era nemmeno sicuro di portare a termine questo racconto, che è nato da qualche appunto, piccoli frammenti, flash di memoria, e si è sviluppato nel tempo, cambiando, evolvendosi, trovando nuove forme e termini, insomma crescendo e maturando con Matteo e il suo dolore. Ed è forse questo stile narrativo, breve, frammentato, che meglio rappresenta l’esperienza dell’autore, quella di una vita fatta a pezzi a partire da una scelta subita e incomprensibile che è causa di dolore, rabbia, nostalgia, malinconia, rimpianto, senso di colpa, impotenza, annichilimento, a volte tutto insieme, come in un labirinto di contraddizioni dove più volte l’autore si perde.

Di certo era necessario questo libro, che l’autore lascia al lettore in eredità come un testamento dei suoi sentimenti, pienamente consapevole del suo peso e della sua importanza, ma soprattutto ai “sopravvissuti”, ai quali è dedicato il libro, ovvero coloro i quali hanno vissuto un’esperienza simile alla sua e sono alla ricerca di risposte alle loro mille domande o semplicemente un sostegno per non sentirsi soli, abbandonati, incompresi, perché il dolore e la confusione di chi resta non rimangano ignorati.

E ha ragione l’autore; solo chi vive un’esperienza simile può comprendere ciò che si prova, le sensazioni, “quel buco nero nel quale sei precipitato, invaso dai ricordi che ti inzuppano dentro”, ma dal quale è possibile uscire attraverso la consapevolezza che il dolore va attraversato, non evitato né fuggito. Bisogna “fare i conti con il dolore”, non “diventare il dolore”. Lo sa bene Matteo B. Bianchi, che avverte come scrittore la necessità e la responsabilità di raccontare la sua storia, e utilizza tutto il tempo necessario per trovare le parole giuste e la giusta distanza da quell’abisso di dolore che diventa sempre più intimo e personale con il passare del tempo, come un “oscuro tesoro” custodito nei recessi dell’anima in cui si uniscono la sofferenza pura e il distacco dalla realtà dove tutto è fatica. Scriverà che “il dolore è un corso di recitazione” dove con il tempo impari ad essere un bravissimo attore capace di fingere con tutti, a sorridere, a parlare con gli altri del più e del meno, mentre “dentro hai l’inferno che brucia e scava”. E tuttavia, è necessario fare i conti con questo inferno anche se può sembrare impossibile superarlo, ma poi, lentissimamente, comincia ad andare meglio ed è a quel punto che “la tragedia diventa un elemento da gestire, come un mobile al quale cambi continuamente posto nella stanza, riuscendo a posizionarlo talvolta anche in punti in cui puoi fare a meno di vederlo. Sai bene che c’è, è lì, sempre al tuo fianco, alle tue spalle, ma intanto puoi anche guardare fuori dalla finestra, guardare avanti”. Ed è allora che finalmente il dolore diventa semplicemente parte del proprio bagaglio esistenziale e tutto si ridimensiona, trasformando una tragedia in una opportunità di crescita e di miglioramento.

Alla fine, pensandoci bene, Matteo B. Bianchi ci restituisce un prezioso lavoro di “kintsugi” riuscendo a rimettere insieme tutti i cocci della sua vita per dar loro un senso e forse anche una forma di accettazione. Dopo un dolore, qualunque dimensione e intensità esso abbia, bisogna sempre tornare a vivere, lentamente, a piccoli passi, “come chi impara di nuovo a camminare”, bisogna imparare ad affrontare le cose una per volta con la capacità di essere indulgenti verso sé stessi e rimandare se è giusto che sia così, chiedere aiuto e non provare vergogna, farsi attraversare dal dolore e non avere paura, ma soprattutto avere fiducia, perché alla fine, qualcosa di bello rimane sempre.

Erika Poggiali (erikapoggiali2@gmail.com)

 


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