Autore: Gemma Calabresi Milite
Edizione: Mondadori Strade Blu
Anno: 2022
Pagine: 135
Prezzo: 17,50 euro
Codice ISBN: 978-88-04-74871-7

Si può vivere una vita d’amore anche dopo un dolore lacerante? Sì, secondo Gemma Calabresi Milite, vedova del commissario Luigi Calabresi, ucciso da un colpo di pistola la mattina del 17 maggio 1972 sul marciapiede di via Cherubini a Milano, sotto il palazzo dove abitavano con i lori due figli, Mario e Paolo, e un terzo in arrivo. Si può, ma non è facile e non è subito. Ce lo racconta e insegna nel suo libro Gemma Calabresi Milite, che all’epoca dei fatti aveva solo 25 anni ed era incinta del terzo figlio, e che ora di anni ne ha 75.

Sono trascorsi cinquant’anni da quel drammatico evento, che l’autrice ci lascia in eredità insieme alla storia della sua vita e del suo percorso di rinascita e di perdono, perché “l’esperienza più significativa che mi sia mai capitata nella vita, quella che le ha dato un senso vero e profondo: perdonare” rimanga come testimonianza alle generazioni future. E’ il racconto di un cammino, in salita anche per il lettore, che dovrà percorrerre insieme all’autrice una strada tortuosa, lunga e faticosa, attraverso la quale “trovare la forza di cambiare prospettiva, allargare il cuore, sospendere il giudizio” e allontanarsi definitivamente dalla rabbia e dal desiderio di vendetta. Insieme a Gemma rivivremo gli anni dell’innamoramento, delle crostate di frolla burrosa e leggera con la scritta Ge e Gi sulla marmellata, di una vita “senza nubi” fino alla scoppio della bomba nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura di piazza Fontana che “cambiò il corso di tante cose, quello della storia del nostro Paese, quello della vita di Gemma”. Resteranno pochi amici, le cene in ristoranti “sicuri, al riparo dagli sguardi”, i cinema a spettacolo iniziato e mai finito, i giornali censurati attentamente da Gigi perché Gemma rimanesse all’oscuro del fango, delle minacce e del processo che vedeva incolpato di omicidio suo marito. Vivremo giorni sempre uguali insieme a Gemma e ai suoi figli, sempre più soli, come leggeremo nel suo diario in cui contava le ore senza il marito, bloccato al lavoro e dagli eventi, in un tempo che nessuno le avrebbe mai restituito. E come lei, proveremo un senso di ingiustizia e di rabbia, ancora più forte quando suo figlio Mario le chiederà di raccontargli tutto, anche se per Gemma “mettere in fila tutto era troppo doloroso, pronunciarlo ad alta voce semplicemente non immaginabile”.

Eppure Gemma riesce veramente a fare i conti con la vita e con la morte, tornando alle 9:30 di quel 17 maggio 1972 in cui i ricordi e le parole scompaiono per lasciare spazio alla solitudine e alla disperazione. “Come si fa a salutare qualcuno dalle pagine di un giornale? Che cosa si scrive, nel necrologio, quando ti ammazzano il marito?” La risposta che Gemma si darà sarà anche “la corda che l’aiuterà a risalire la china”, a fare spazio fuori e dentro di sé, a salvarsi dal naufragio della sua vita e sentirsi ancora una famiglia anche se non geometricamente perfetta. Quando è successo esattamente non lo sa nemmeno lei. “Nessun sintomo mi ha avvisata, nessun rumore mi ha allertata, ma a un certo punto qualcosa dentro di me si è fatto di lato e forse più piccolo, e ha lasciato uno spazio. E’ bello non accorgersi sempre di tutto”. Sarà allora che diventeremo anche noi i suoi alunni della scuola elementare di via Gattamelata e ci innamoreremo di nuovo, di Tonino Milite, maestro e poeta, che cercherà sempre “una maniera creativa per integrare le cose, per cucire le vite” con un po’ di fatica e tanta fantasia.

Certo, non mancheranno i “momenti bruttissimi”, quelli che quando arrivano puoi solo aspettare che passino, e non sarà facile per nessuno “andare avanti senza dimenticare, tenere insieme tutto, tutti. Non ferire i vivi né i morti”, ma come dice Gemma, “la memoria ha le gambe”. Gigi resterà sempre nelle loro vite, ma mai “relegato nel passato né cristalizzato nella sua morte” come “il padre ucciso e loro per sempre le vittime, la vedova e gli orfani”. L’insegnamento che Gemma dà ai suoi figli è quello “che degli altri bisogna fidarsi, che nella vita è molto più facile incontrare il bene piuttosto che il male, che il rancore e la vendetta sono un veleno che toglie i colori del mondo. Che la rabbia è un sentimento anche legittimo, ma che bisogna aprire i pugni e lasciarla andare, perché ogni giorno vissuto odiando è un giorno in cui non sorge il sole”. E questa dignità e compostezza la ritroviamo anche negli anni del processo quando i racconti, le ricostruzioni, le parole dette saranno cartavetrata sulle ferite di Gemma. Alla proposta di beatificazione di Luigi, Gemma risponderà con una riflessione che mi sembra così attuale anche oggi e che riporto del tutto come monito per non dimenticare quanto sta accadendo nel mondo e sulle nostre coste del Mediterraneo. “Viviamo in mezzo ai santi e nemmeno ce ne accorgiamo. Persone che conoscono il dolore, che nascono e muiono in guerra. Donne e uomini che lasciano tutto per salvarsi, che sperimentano la violenza e l’umiliazione durante il loro viaggio, che arrivano sulla soglia di una possibilità di vita migliore e trovano la porta chiusa. Sono gli ultimi e i disperati i santi di oggi, secondo me”.

Si arrabbierà di nuovo Gemma, ma questa volta non con gli assassini di Luigi, che ha perdonato, ma con Dio per avergli tolto dopo trent’anni di vita insieme, “piena di cose e di amore”, anche Tonino, già colpito dal Parkinson a soli 60 anni. “Rimanere vedova a 69 anni è stato per certi versi più difficile che diventarlo a 25” scriverà Gemma, incapace di trovare delle boe che la tengano a galla in quella ingiustizia del suo essere dispari. E infatti sprofonderà giù nell’abisso della solitudine fino all’arrivo di Milo, un cucciolo di Golden Retriever, che la obbligherà a non lasciarsi andare alla deriva con la convinzione che “prendersi cura di qualcuno o di qualcosa è la sua cura” e alla fine confesserà di aver ricominciato a vivere davvero solo quando era quasi morta quel 9 agosto del 2017 a Gressoney.

“Una vita bellissima” è il titolo dell’ultimo capitolo del libro in cui Gemma sintetizza in una frase la sua vita: “Un viaggio di amore e libertà” fatto di salite, gambe forti e cuore pieno, in cui tanto ha dato e altrettanto ha ricevuto, e che si conclude con la parola che tutti dovremmo usare alla fine di un viaggio: grazie.

Erika Poggiali (erikapoggiali2@gmail.com)

 


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