Autore: Gunnar Gunnarsson
Edizione: Iperborea
Anno: 2016
Pagine: 135
Prezzo: 15,00 euro
Codice ISBN: 9788870914726

Si dice che l’ambiente in cui cresce influenzi un uomo; si dice che altrettanto fanno le persone di cui si circonda. Come vi immaginate allora un pastore nato e cresciuto tra le montagne islandesi, circondato da uomini e donne rudi, di poche parole, freddi come le rocce ai cui bordi costruiscono le loro case? La risposta potrebbe non essere tanto scontata se è vero che Benedikt, il protagonista di questa storia di Natale dal sapore universale, la prima domenica d’Avvento di ogni anno parte con il suo cane Leò e il montone Roccia per portare in salvo le pecore che si sono perse tra i monti, sfuggite alla transumanza che dovrebbe riportarle a valle per l’inverno. Nel corso di una piccola Odissea moderna, Benedikt mette a repentaglio la propria vita per ricondurre indietro qualche sparuta pecorella che vaga tra i dirupi innevati, mentre per i compaesani quest’uomo ombroso diventa di anno in anno oggetto di stupore e riconoscenza e poi, via via, di ansie e timori per la crescente difficoltà dell’impresa: si tratta di camminare senza sosta, in salita, a svariati gradi sotto zero, addirittura in mezzo a una bufera di neve, quella dell’anno di cui ci racconta il libro, il ventisettesimo da quando Benedikt ha iniziato questa via crucis annuale all’età di 27 anni.

La simbolica coincidenza lo porta a non ascoltare alcuna raccomandazione di prudenza e ad imbarcarsi in quella che potrebbe essere l’ultima avventura tra le montagne con i suoi due fidi compagni (la “santa trinità” li chiamano) e nell’incertezza su chi prenderà il suo posto quando le forze lo abbandoneranno e non riuscirà più a portare avanti la tradizione.

“Il pastore d’Islanda” è un libro per cuori grandi e menti solitarie, dal ritmo lento e solenne, straordinario nella capacità di cogliere i dettagli e nell’atmosfera di storia senza tempo che avvolge il lettore, il quale segue instancabile il protagonista e vive ogni esperienza con lui, dai caffè bevuti a trenta gradi sottozero in una buca nella terra alla fatica della marcia, con il respiro che si fa più affannoso al diminuire dell’ossigeno.

Quella era la sua vita: camminare lì. E poiché quella è ormai la sua vita, può affrontare ogni cosa, qualsiasi cosa, e darle il benvenuto.

Si soffre, in quello che è stato definito il “Canto di Natale” islandese, si soffre di fatica e solitudine, prima che il gran finale, maestoso come solo quello delle fiabe sa essere, ci illumini sul rapporto sottile e profondo che lega uomo e natura, uomo e animali. Il periodo dell’Avvento si fa simbolo allora della perseveranza umana che porterà alla conquista della vita ritrovata, di un senso alla propria esistenza continuamente minacciata da forze soverchianti, ma che proprio in questa lotta trova tutta la sua grandezza.

Daniele Tagliabue (daniele.tagliabue07@gmail.com)

 


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