Autore: Simona Sparaco
Edizione: DeAgostini
Anno: 2021
Pagine: 288
Prezzo: 10 euro
Codice ISBN: 9788851196004 (EBOOK ISBN 9788851171971)

La notte del 14 giugno 2017 è la data dell’incendio della Grenfell Tower, un grattacielo di 24 piani nel quartiere di North Kensigton a Londra, in cui morirono 72 persone nonostante l’intervento di 250 vigili del fuoco e 45 autopompe. L’incendio fu innescato dal cortocircuito di un frigorifero difettoso in un appartamento al quarto piano.

Simona Sparaco non ci racconta questo incendio, ma parte dall’idea di quel drammatico evento per raccontare quanto complesso e difficile sia il rapporto genitori-figli, soprattutto se il secondo protagonista è la madre, e quanto peso abbiano i silenzi, la solitudine, il distacco emotivo, quello fisico, i preconcetti e la rigidità dei ruoli, in cui talvolta restiamo intrappolati.

Siamo a Berlino, è il 23 marzo ed è mezzanotte, una nebbia sottile avvolge la metropoli addormentata. In un palazzo di quattro piani, rivestito di un vecchio intonaco rosa chiaro, dentro un appartamento disabitato, al secondo piano, un frigorifero va in cortocircuito. Nessun segnale premonitore. Prima la scintilla e poi le fiamme, che, lente e invisibili dall’esterno, iniziano a divorare tutto ciò che trovano e avvolgono l’intero palazzo.

Due piani più in alto c’è Alice, una ragazza italiana in Erasmus, che si è addormentata profondamente dopo aver ignorato per tutto il giorno le chiamate di sua madre Silvana, e che ora sta aspettando il rientro del fidanzato Matthias, uscito per comprare delle birre e rimasto intrappolato nell’ascensore. Al terzo piano anche Naima dorme e sogna il figlio, Bastien, che poche ore prima, a cena, non aveva avuto il coraggio di dirle “sei parole” che avrebbero potuto riportarla nel suo stesso spazio temporale. Al piano di sotto Polina dovrà invece compiere una scelta di coraggio per salvare quel figlio, così piccolo e indifeso, che le ha tolto energia, tempo e felicità, privandola della sua vita di ballerina. E poi c’è Hulya, il cui nome in turco significa “sogno”, che in quel condominio non vive, ma di cui conosce perfettamente gli inquilini, attori inconsapevoli dei suoi videomontaggi, che prendono vita nello spatkauf della sua famiglia, aperto 24 ore su 24, dove Hulya quella maledetta notte svolge il suo primo turno notturno da sola.

Le operazioni di spegnimento dureranno fino all’alba del 24 marzo, ma il tempo dei protagonisti si fermerà molto prima, e anzi, tornerà indietro di colpo, come un anestetico a rapidissima azione. Il tempo diventerà una prova di coraggio dei sentimenti, in cui paure, dolore, ricordi, amore, famiglia, futuro e speranze si mescoleranno fino a far coincidere l’idea di vita e di morte, azzerando le distanze, e restituendoci il complesso disegno della vita di ciascun protagonista, il cui scheletro ignifugo resterà per sempre il legame d’amore con la propria famiglia, nonostante il silenzio delle parole, che da molto tempo è diventato una cortina essenziale alla convivenza, intrappolando ciascuno in ruoli antitetici.

E quando ha inizio “il tirocinio della perdita” per chi rimane, per chi è sopravvissuto alla morte di se stesso o a quella del proprio caro, bisogna ascoltare zia Amira e imparare a guardare “i vuoti della vita…Non solo come a qualcosa che manca”, ma  piuttosto cercare “in quei vuoti la tua opportunità di esistere ancora, e in maniera diversa”. E forse ha ragione lei, il dolore va affrontato, anzi va attraversato, e alla fine ripartire da un punto zero, come riemergendo da una lunga apnea, anche con fatica, per scendere a patti con la realtà, accettare l’impossibile, uscire dal limbo del rifiuto assoluto, della negazione, della sofferenza inaccessibile agli altri, che ci fa muovere in bilico sul ciglio del baratro e ci trascina ripetutamente altrove, lontano dal qui ed ora. Zia Amira lo sa bene e ce lo insegna, perché “non c’è amore che non pressuponga una rinascita. Imparare a decifrarla può dare un senso a tutto ciò che resta. Persino alla cenere”.

Erika Poggiali (erikapoggiali2@gmail.com)

 

 


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