Di questa lettera colpiscono tante cose: sia la pubblicazione su molti giornali, avvenuta senza enfasi retorica o tentativi di sfruttarne il contenuto per rafforzare posizioni ideologiche, sia il pudore e il tratto leggero con cui viene resa una testimonianza di accompagnamento alla terminalità. Nel breve testo è raccolta una notevole densità di contenuti: la fatica di andare incontro alla morte, l’importanza di una buona morte, la necessità del malato di esprimere i propri desideri sul tipo di cure da ricevere, la rilevanza del parlare con il malato della sua morte condividendone i timori e ascoltando i suoi desideri senza paura o ipocrisie, la richiesta della sedazione terminale/palliativa, la lunghezza e le difficoltà dell’agonia, l’abbandono della pretesa di guarigione o di prosecuzione della vita nonostante tutto, il perdono, la ricchezza e la pace profonda delle ore terminali scandite da sussurri e silenzi. Questi contenuti sono descritti con parole semplici ma molto significative e frasi ispirate all’indicibile serenità di chi ha partecipato al percorso di terminalità in modo consapevole, avendo avuto la possibilità di riflettere e confrontarsi direttamente con il malato stesso e con i sanitari. Ecco, il silenzio interiore ed esteriore evocati da Giulia Facchini Martini non sono stati interrotti dalla sua lettera pubblica che, al contrario, ha suggellato l’intesa profonda con lo zio malato; un’intesa intima che caratterizza ogni vero e dolce accompagnamento. Un esempio per tutti noi.

Su segnalazione di Luciano Orsi (luciano.orsi@aopoma.it)

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