La fine dell’esistenza deve poter essere considerata e indagata se non si vuole privare la vita umana di una parte essenziale del suo percorso, come se il tempo ultimo fosse un arto amputato da gettare via”. Questa frase risuona forte e chiara a chi si occupa di Cure Palliative ed è una delle tante frasi che compongono un ricco e interessante articolo di Gabriella Caramore (scrittrice e conduttrice di Uomini e Profeti, rai Radio 3) che sembra voler rifondare e ritracciare il senso e la direzione delle cure intorno alla malattia grave, alla vecchiaia e alla fine della vita e che invita a ridisegnare ancora una volta i confini necessari a ciò che possiamo e forse dobbiamo intendere come cura.

Una civiltà che trascura di pensare la mortalità, e che non ne ha cura, è una civiltà che prima o poi si guasta, si deteriora, va a male: letteralmente “va verso il male”. Ricordiamoci che la storia delle civiltà comincia non con la pura sopravvivenza – questo lo sanno fare molto bene anche gli altri esseri viventi, gli animali, le piante –, ma con l’elaborazione dei riti funebri, con i racconti di vita vissuta, con l’invenzione della trascendenza. In una parola con la “cura” della dimensione umana. Se ci pensiamo, sono tutte cose superflue alla sopravvivenza, ma necessarie a fare comunità umana. A questo “serve” aver cura. A costruire umanità, a correggere la distruttiva “incuria”.

Una riflessione che in questo tempo difficile si rende ancor più necessaria e che ci richiama alla responsabilità di tradurre in concreto l’idea di cura che ci muove, senza la quale siamo semplici esecutori dell’idea di qualcun altro e ci troviamo senza l’orizzonte di senso che la professione svolta ci chiede.

La cura deve poggiare sì sull’onda emotiva che spinge a sporgersi verso l’altro, ma ha anche bisogno di prendere atto della complessità dell’esistente. Ha bisogno di intelligenza, di immaginazione, di azzardo. Perciò sono necessarie le forze di tutti, le competenze di tutti, l’inventiva di tutti. Avere cura significa certamente rispondere con moto immediato del cuore verso chi è nel bisogno o nella difficoltà, ma anche formulare pensieri intorno all’idea di cura. Dal gesto circoscritto del curare occorre passare all’azione, espansa nella durata, dell’aver cura.”

Laura Campanello (campanellolaura@gmail.com)

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