Che lo si voglia o meno il Covid ha ri-dato visibilità e spazio alla morte all’interno delle nostre vite e in tutte le età della vita, non soltanto nelle fasce più anziane della popolazione. Ri-dato perché c’è stato un tempo in cui la morte non veniva nascosta sotto il tappeto ma faceva parte naturalmente del ciclo della vita, così come è ancora oggi nei paesi in via di sviluppo e nelle aree meno urbanizzate.

Nel leggere l’articolo salta agli occhi una grossa contraddizione di questi mesi: da una parte la morte in epoca contemporanea è stata sempre relegata e gestita negli ospedali (anche se io continuo a vedere operatori sanitari che non riescono a gestire la morte non tanto dal punto di vista clinico quanto dal lato emotivo e pur di non avere decessi nei propri reparti premono sui servizi di cure palliative per dimettere pazienti intrasportabili che muoiono dopo poche ore… ma questo è un altro discorso) ma la pandemia ha costretto a fermarsi a riflettere e a scegliere. L’ospedale è visto come potenziale fonte di contagio. Nella stragrande maggioranza degli ospedali, se non in tutti, i famigliari non possono entrare se non per rare eccezioni. La scelta si orienta allora proprio sul domicilio, da dove prima invece la morte era stata sottratta.

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Daniela Martinelli (danimartin@libero.it)

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